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Categoria: Attualità
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(Museo Archeologico di Sibari: Toro Cozzante)

di Francesco Sommario

Diecimila anni fa la Piana di Sibari non esisteva; il suo posto era occupato dalle acque del mare che andavano a lambire i roccioni a strapiombo dove poi sarebbero sorti i vari agglomerati urbani di Terranova, Corigliano, Rossano, Cassano; ma, entro il duemila a.C. il miracolo naturale era avvenuto. A causa dell’innalzamento del suolo e dell’apporto dei detriti trasportati dai fiumi Coscile, Crati e Trionto e dalle varie fiumare, si formò una piana vasta e fertile e un golfo buono per lo sbarco delle navi.

Così, spinti dal fato, prima i Cretesi e poi gli Achei si insediarono su questa terra amena, costruendo varie città, quali Sybaris e Thurii, bonificando terreni, realizzando porti lungo le coste e strade nell’entroterra. Alcuni storici descrivono Sibari antica come un agglomerato di isolotti con insediamenti abitativi, circondati da acque, collegati fra loro con ponti e canali alla stregua della città lagunare di Venezia.

(Foto: Sito Archeologico di Sibari: strada realizzata dal popolo dei Sibariti, ancora oggi ben conservata)

Questi antichi popoli seppero sfruttare al meglio le risorse che la natura mise a loro disposizione ricavandone fortuna e ricchezza, soprattutto grazie alla realizzazione di un’efficiente rete viaria per il trasporto e il commercio dei loro prodotti, per mare e nell’entroterra.

I loro principali prodotti agricoli erano il vino e l’olio mentre dalle miniere, nei dintorni di Longobucco e San Marco Argentano, venivano estratti rame e argento; fiorente era anche l’artigianato.

La rete stradale sibarita si irradiava dalla Piana in tre direzioni ben precise e sfruttava, saggiamente, le vie d’accesso naturali per giungere il più rapidamente e facilmente possibile i vari porti sibariti del Tirreno. Inoltre i tracciati correvano accortamente in prossimità delle zone minerarie, in modo da ottenere una rete di comunicazione funzionale per il commercio.

La strada più corta tra Sibari e il Tirreno era quella per Scidro di circa 60 Km. Essa costeggiava il fiume Coscile fino all’affluente Esaro per poi risalire fino al passo dello Scalone a 740 metri d’altezza, da cui discendeva verso la costa tirrenica, seguendo il tracciato della strada che oggi porta a Belvedere Marittimo, dove sorgeva Scidro.

La seconda arteria stradale, di circa 80 Km, collegava Sibari a Lao. Anch’essa costeggiava il corso inferiore del Coscile fino all’Esaro, ma poi piegava a Nord toccando gli attuali Castrovillari e Morano Calabro; deviava a Nord–Est attraversando il valico di Campo Tenese, a mille metri di quota, e discendeva lungo la valle del fiume Battendiero fino all’attuale Ponte di Lao. Da qui seguiva la vallata del fiume Lao fino alla foce, dove sorgeva un porto sibarita.

La terza strada collegava Sibari con i porti di Themesa e Caplezia. Quest’ultima era la più lunga: partendo da Sibari seguiva quasi tutta la valle del Crati che abbandonava all’altezza dell’attuale Cosenza per seguire, sempre verso Sud, con un tratto, che poi i Romani chiamarono Via Popilia, fino al punto dove inizia la valle del Savuto; lungo questa valle si distendeva l’ultimo tratto di strada, in discesa fino al Tirreno.

Almeno altre due strade erano notevolmente importanti, anche se non avevano una funzione di scambio commerciale. Una di queste collegava Sibari al centro di Pandosia, principale città commerciale degli Enotri, situata a ridosso della Sila oltre Cosenza. L’altra strada era quella che dalla foce del Trionto risaliva la vallata fino alle miniere d’argento di Longobucco; quindi discendeva lungo la vallata del Mucone fino alla media valle del Crati, seguendo un tracciato poco a Sud della attuale strada che collega Acri e Bisignano alla Statale 177.

(Foto - Sito Archeologico di Sibari: l'anfiteatro)

Volendo trarre delle conclusioni da queste brevi rilevanze storiche, si può intanto affermare che la Piana di Sibari è il frutto di quanto l’entroterra del Nord-Est calabrese ci ha regalato nei secoli, tramite i tre fiumi di Trionto, Crati e Coscile; infatti, tutto il terreno e l’humus che la caratterizzano e la formano provengono dalle colline circostanti e dai monti della Sila e del Pollino grazie al lavorio secolare di questi fiumi.

Queste ricchezze, dunque, di risorse naturali, storiche e culturali, non appartengono in modo esclusivo alla Piana e ai loro abitanti; in qualche modo tutte le popolazioni che ruotano intorno alla Piana ne sono e ne devono essere partecipi. Lo Stato sibarita lo aveva capito, Sibari era il centro vitale e il resto vi ruotava attorno con conseguente vantaggio di tutti.

(Foto - Sito Archeologico di Sibari: mosaici)

È duro e doloroso, oggi, fare un paragone fra la gestione attuale del territorio sibarita e la gestione messa in atto da quei popoli antichi, ma proviamoci.

Gli Achei avevano costruito strade e porti mercantili, instaurando un fiorente commercio di risorse agricole, artigianali e minerarie locali; noi abbiamo creato il porto di Corigliano, adibito principalmente allo scarico di letami e materiali maleodoranti provenienti dall’estero, e il porto turistico dei Laghi di Sibari vessato da una gestione spagliata e quasi assente, con i fondali si insabbiano ogni anno.

Gli Achei avevano costruito una citta lagunare ridente e lussuosa; noi per incuria non ne salvaguardiamo nemmeno i pochi tratti che ne restano, facendoli sommergere dal fango.

Gli Achei avevano costruito una rete viaria efficientissima, per quei tempi, arricchendola lungo il percorso di centri di scambio commerciale e di attività produttive; noi invece abbiamo costruito parvenze di strade che arricchiamo solo con innumerevoli lapidi in ricordo delle tante vittime, giovani e meno giovani, che esse hanno mietuto, tanto da guadagnarsi il sinistro nome di “strade della morte”.

Al tempo degli Achei, i vari fiumi erano ricchi di pesci e trasportavano humus fertilissimo per l’agricoltura; oggi invece i corsi di quei fiumi sono diventati discariche per le fogne o altro e i pesci muoiono avvelenati o non sono commestibili. Ma la cosa più deleteria è pensare che la Piana di Sibari, venutasi a formare durante il trascorrere di millenni, granello di sabbia dopo granello di sabbia, noi, negli ultimi cinquanta anni, stiamo riuscendo, nell’indifferenza di tutti, ad avvelenarla disseminandovi, in ogni piccolo anfratto, quintali di pesticidi e disserbanti e ferrite di zinco e...

Al tempo degli Achei i giovani si dedicavano agli studi matematici e filosofici e allo sport, per poi formare una famiglia, dedicarsi al lavoro e alla difesa del loro territorio; per i giovani d’oggi invece sembra che questa Piana non offra un futuro e per essi l’unica alternativa è migrare, tagliando ogni legame con questa terra.

A questo punto pongo una domanda a cui non cercherò di dare una risposta: se è vero quanto detto del passato, perché oggi tutto è negativo e si va verso l’autodistruzione rispetto a tremila anni fa, sebbene viviamo sulla stessa terra abitata dagli Achei ma con conoscenze tecnologiche, mediche ed economico-sociali di gran lunga superiori? Si trova difficoltà nel constatare che con le tante risorse, che parzialmente elenco (la bizantina Rossano col suo Codex Purpureus, il centro storico di Corigliano con le sue chiese e il suo Castello Ducale, Cassano e Spezzano Albanese con le loro terme, il Parco Archeologico di Sibari e l’annesso Museo, le riserve naturalistiche lungo il Fiume Crati, i centri di orige albanese con la loro cultura e tradizioni, il Parco Nazionale del Pollino -vedi foto- con i suoi itinerari e ricchezze paesaggistiche ed agro-gastronomiche, le bellezze dei lidi e la ricchezza dei fondali marini del golfo di Sibari...), questa parte della Calabria non offra nessuna opportunità per i nostri giovani: un vero paradiso terrestre degradato, sfruttato e abbandonato. Tutte le risorse su citate devono essere salvaguardate, valorizzate e tutte insieme gestite in rete, con il coinvolgimento dei cittadini e di tutti gli enti locali della Sibaritide. Quindi si necessita di figure professionali che vanno dal semplice manutentore al promoter turistico, dal ricercatore allo storico, dallo scienziato al dovuto apporto di associazioni, distaccamenti universitari, movimenti di opinione e politica.

Già! La politica. La politica sibarita langue e la Conferenze dei Sindaci si riunisce sempre meno spesso e solo per temi riguardanti la sanità, inseguendo la chimera dell’ospedale unico della Sibaritide.